«Gagarin non volò per primo nello spazio»

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MILANO (26 settembre) - Il cosmonauta sovietico Jurij Gagarin potrebbe essere stato il primo astronauta a tornare vivo sulla terra e non il primo uomo a compiere un volo nello spazio. Il suo primato potrebbe essere solo una versione ufficiale che nasconde una verità molto diversa. Proprio mentre si celebrano i cinquant’anni dal lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik 1, il periodico «Focus Storia», nel numero in edicola da giovedì, rilancia una versione già circolata in passato che getta nuova luce sulla storia dell’esplorazione umana nello spazio.

Ad avanzare il sospetto che l’ex-Urss abbia tenuto nascoste alcune tragiche missioni spaziali finite male prima dell’impresa di Gagarin dell’aprile 1961, sono i fratelli Achille e Giambattista Judica Cordiglia, che in quegli anni misero in piedi a Torino una stazione di radio-ascolto spaziale e captarono tutte le trasmissioni radio provenienti dallo spazio, comprese quelle legate alle missioni «non ufficiali», divenendo di fatto, in quegli anni, unica fonte di informazione per i media italiani.

«La prima missione è del 28 novembre 1960», afferma al bimestrale Gruner+Jahr/Mondadori, Giambattista Judica Cordiglia. Il messaggio captato in codice Morse era un appello agghiacciante: «Sos a tutto il mondo» ripetuto in modo ossessivo. «Il segnale proveniva da un punto fisso del cielo e diventava sempre più debole. Alla fine ci convincemmo che una navicella spaziale si stava perdendo nello spazio con il suo occupante».

«Un secondo volo - prosegue Judica Cordiglia - lo rilevammo il 2 febbraio del 1961: nella registrazione si coglie distintamente il rantolo di un cosmonauta morente e il suo battito cardiaco. Due giorni dopo dall’Urss giunse l’annuncio del lancio dello Sputnik 7, un veicolo da 6,5 tonnellate: praticamente le stesse caratteristiche di una navicella Vostok, come quella che userà Gagarin». «Insieme al lancio - dice ancora Cordiglia - Mosca ne comunicò anche la disintegrazione al rientro sulla terra. Nessun cenno al destino del cosmonauta che avevamo captato, ma Achille Mario Dogliotti, uno dei maggiori cardiochirurghi italiani, studiò le nostre registrazioni e confermò che si trattava di un battito cardiaco umano».

In quegli anni il regime sovietico manteneva uno uno stretto riserbo le missioni spaziali, ma neppure successivamente, in tempi di glasnost, è emerso un solo documento a conferma delle ipotesi dei fratelli Judica Cordiglia, le cui teorie all’epoca ottennero un certo credito anche da parte della Bbc, anche se negli anni successivi sono state messe in discussione dagli storici dell’astronautica.

Ad avvalorare le tesi dei due appassionati, su Focus Storia interviene ora Mario Del Rosario, che nel proprio archivio conserva un’intercettazione che coincide con quella degli Judica del febbraio 1961. «Anch’io ho registrato in modo chiaro quel lamento angoscioso, e come loro mi sono rivolto a un medico perché lo ascoltasse: mi confermò che si trattava di un uomo in agonia».

Lo scetticismo tuttavia rimane. «In alcuni casi potrebbe trattarsi di trasmissioni terra-terra» ipotizza l’esperto di intercettazioni radio Sven Grahn. «Non bisogna dimenticare - dice - che le postazioni antimissile che proteggevano la stazione spaziale di Bajkonur utilizzavano le stesse frequenze dei cosmonauti. Oppure potrebbe trattarsi di trasmissioni da aerei in volo».

[Fonte: Il Messaggero]

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